Revenge porn. La vendetta colpisce chiunque

Revenge porn. La vendetta colpisce chiunque
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La pornografia non consensuale. Più spesso le vittime sono minori e il suicidio è contemplato nella metà dei casi

Revenge porn significa “pornografia non consensuale”, mentre sexual extortion sta per “estorsione sessuale”. Insomma, si tratta di forzature, violenze, abusi nei confronti di chi le subisce e non le gradisce. Reati che sebbene facciano parte del nostro codice penale (la pena va da uno a sei anni e multa di 5.000/15.000 euro) sono molti diffusi specie fra i giovani, con conseguenze spesso drammatiche quali il suicidio.

«Il revenge porn ha raggiunto, negli ultimi anni, proporzioni allarmanti, dichiara Roberto De Vita, presidente dell’Osservatorio Cyber Security dell’Eurispes. I casi di cronaca e gli studi che hanno analizzato il fenomeno della diffusione non consensuale di immagini private a sfondo sessuale a scopo di vendetta evidenziano il rischio di una esposizione generalizzata: nessuno è escluso, dagli adolescenti fino ai rappresentanti delle Istituzioni, passando per personalità pubbliche e per cittadini comuni».

Un fenomeno globale che, sempre ce ne fosse ancora bisogno, dimostra quanto possa essere fragile l’identità nell’ecosistema digitale. Un recentissimo studio statunitense (American Psicological Association, 2019) evidenzia come le persone colpite siano quasi 1 su 10, con percentuali ancora più elevate nel caso dei minori. Se a questo aggiungiamo che il 51% delle vittime contempla la possibilità del suicidio, ci rendiamo conto della gravità del problema.

«Il revenge porn è parte di un più ampio fenomeno – afferma De Vita -, la pornografia non consensuale (Ncp), non necessariamente connesso a “vendette di relazione” e che attiene alla condivisione/diffusione digitale, senza il consenso della persona ritratta, di immagini di carattere sessuale: immagini riprese consensualmente o volontariamente nel corso di un rapporto sessuale o di un atto sessuale ma destinate a rimanere private o ad essere condivise privatamente; immagini carpite da telecamere nascoste; immagini sottratte da dispositivi elettronici; immagini riprese nel corso di una violenza sessuale».

Quel che è ancora più grave è la presenza di diversi siti che divulgano la Ncp e incoraggiano i propri utenti a caricare, per vendetta, foto e video intimi dei loro ex-partner. È anche frequente che offrano il servizio nell’ambito di forum, dove gli altri utenti hanno la possibilità di postare commenti dispregiativi o volgari nei confronti delle persone ritratte nelle immagini, che nel 90% dei casi sono donne.

Secondo uno studio statunitense del 2014, il 50% delle foto intime sono corredate da nome, cognome e link ai profili social personali, il 20% da indirizzi e-mail o numeri di telefono.

Ovviamente questo fenomeno può avere pesanti ripercussioni anche in campo professionale. Infatti, secondo studi di Microsoft e di CareerBuilder, circa l’80% dei datori di lavoro utilizza i motori di ricerca e i social media per raccogliere informazioni sui candidati per i posti di lavoro e, circa il 70% delle volte, ne consegue un’esclusione dovuta ad una cattiva web reputation.

Un altro studio del 2019, pubblicato da Cyber Civil Rights Initiative, ha evidenziato come l’8,02% degli adulti intervistati abbia riportato di essere stato vittima di NCP. La maggior parte delle vittime (circa il 70%), ha subìto la condotta dell’attuale partner (31,15%) o di un precedente partner (39,75%).

«I dati riguardanti i minori – continua De Vita – sono ancora più preoccupanti, anche a causa del crescente uso del sexting. Uno studio condotto nel 2018 in seno alla American Medical Association ha stimato che su 110.380 partecipanti minorenni, rispettivamente il 14,8% e il 27,4% di questi aveva inviato o ricevuto sexts. Inoltre, il 12% aveva inoltrato almeno uno di questi sext senza consenso».

In molti casi, i minori che hanno inviato le loro foto sono stati costretti o hanno ricevuto forti pressioni in tal senso. In base ad un’indagine condotta dal Massachusetts Aggression Reduction Center, al 58% degli intervistati è capitato di ricevere pressioni per inviare sexts. La maggior parte delle volte questi episodi sono avvenuti nell’ambito di rapporti stretti.

Sul piano normativo, le Filippine sono state tra i primi Stati ad emanare una legge contro il revenge porn. A seguire, numerosi Stati, in Europa e nel mondo, hanno disciplinato il fenomeno: tra questi Israele (2014), Giappone (2014), Inghilterra e Galles (2015), Scozia (2016), Francia (2016) e 46 Stati Usa (a cui si aggiungono il District of Columbia e Guam).

In Italia, sebbene in ritardo, solo da poco è stata introdotta una disciplina specifica sul revenge porn. All’interno del cosiddetto Codice Rosso, in vigore dal 9 agosto 2019, troviamo il nuovo art. 612-ter c.p., “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. La pena prevista è la reclusione da uno a sei anni e la multa da euro 5.000 a euro 15.000.

«Da un punto di vista tecnico – conclude il presidente dell’Osservatorio – è possibile avere protezione nei confronti dei fenomeni esposti con una denuncia immediata, che attivi l’assistenza di public e private enforcement, rappresentati rispettivamente da reparti specializzati delle Forze dell’ordine, come la Polizia Postale e delle Comunicazioni, e dai consulenti privati che con questi collaborano. Ad esempio, in caso di sextortion, se si è in possesso delle immagini con le quali si sta venendo ricattati, è possibile rintracciarle ed eliminarle. Peraltro, collaborando con siti come Facebook o YouTube, è possibile fornire le immagini; in tal modo, conoscendo già l’impronta del file, questi sono in grado di impedirne la pubblicazione prima ancora che avvenga».

L’Eurispes, considerate la rilevanza e la diffusione del fenomeno in constante evoluzione, ha deciso di avviare, attraverso l’Osservatorio sulla Cyber Security, un ampio e articolato progetto di ricerca sul tema, il primo in Italia, i cui primi risultati saranno presentati ad inizio 2020.

G. D.

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