Perché ci stupiamo che uno studente venga ucciso in classe?

Perché ci stupiamo che uno studente venga ucciso in classe?
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Inutile lo sconcerto, la deriva è la violenza che nasce dalla crisi di valori

 

Crisi di valori – Questioni di rivalità hanno condotto un giovane a scuola con un coltello da cucina e lì lo ha usato contro il “rivale” uccidendolo.

La casella postale del nostro giornale è stata innondata da messaggi inviati dal mondo istituzionale, ve ne riporto alcuni, senza alcuna distinzione di colore.

“Un fatto simile spinga a riflettere sulle misure di prevenzione e deterrenza necessarie. La scuola deve essere un luogo sicuro, non di sangue”.

“La notizia della scomparsa del ragazzo aggredito oggi alla Spezia, nella sua stessa scuola, è una di quelle che non vorremmo mai sentire”.

“La scuola deve essere un luogo sicuro, non di sangue”.

“È inaccettabile che un luogo che dovrebbe rappresentare tutela e sicurezza per i giovani si trasformi in teatro di violenza”.

“Di fronte a certi episodi bisogna sempre interrogarsi e capire cosa serve mettere in campo perché non si ripetano. Non si possono lasciare sole le famiglie e neppure la scuola”.

“La scuola, il luogo in cui i giovani si affacciano al futuro deve essere un posto sicuro. Serve sempre maggiore attenzione ai giovani, supporto al personale scolastico e creare nuove sinergie scuola-famiglia. Bisogna essere più vicini ai giovani per coglierne i disagi e prevenire la violenza”.

“La violenza non nasce nel vuoto, ma si alimenta in un contesto sociale che troppo spesso rinuncia al ruolo educativo delle istituzioni, a partire dalla scuola”.

“La violenza non si sconfigge con la repressione, con l’inasprimento delle sanzioni o con misure esclusivamente punitive, che non risolvono le cause profonde del disagio. Si sconfigge invece con l’educazione e la formazione, con l’ascolto, la condivisione, la prevenzione, con il rafforzamento del ruolo della scuola come luogo di cura, di civismo e di democrazia; e servono per tutto questo risorse e personale.”

I soliti messaggi di cordoglio verso le famiglie coinvolte, buoni per dire la propria e che lasciano come trovano, pronti per un copia/incolla alla prossima disgrazia. Pensino piuttosto i “nostri” a dare il buon esempio, magari “vivendo” le famiglie, le strade, le scuole, già sarebbe buona cosa, dopodiché interrogarsi tutti insieme su ciò che servirebbe, senza slogan ma guardando la realtà di vita vissuta.

Infatti, qui riguarda una tragedia avvenuta in una scuola, ma non è diversa da ciò che avviene tra le mura di casa, nelle piazze, nei parchi, nei caruggi, nei luoghi di divertimento.

Anni fa ebbi modo di scrivere che la società è sì in crisi, ma non economica come qualcuno ci fracassa, bensì di valori. Quali valori vengono insegnati ai giovani se i grandi mancano di rispetto verso le insegnanti, verso le Forze dell’Ordine, verso gli animali, verso il denaro, verso gli anziani, verso i beni comuni.

La vita sociale ormai la si vive più sulla apparenza, specie sui social, dove giovani e meno giovani si “laureano” e commentano la qualunque, infilandosi in ogni scontro dove il coltello, quello per fortuna è virtuale, affonda ovunque.

Fino a pochi anni fa si portavano i giovani al mondo del lavoro, qualunque esso fosse pur di “imparare un mestiere” o quantomeno a stare “sotto un datore di lavoro”, oggi la priorità è “già, ma quanto guadagno, e mica posso lavorare di festa”, alla peggio arriva un aiuto dallo Stato.

Quindi: rispetto, umiltà, sacrificio, passione, sono ancora bagagli che mettiamo nelle valigie dei nostri figli? Certo, bisognerebbe anche averli per insegnarli (i bagagli)!

 

G. D.

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