Peste suina riflessioni su paesi in ginocchio dopo ordinanza inutile

Peste suina riflessioni su paesi in ginocchio dopo ordinanza inutile
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Dopo l’esplosione di tre casi tra Piemonte e Liguria alcune considerazioni di un giornalista di campagna

Peste suina tutti i 114 comuni coinvolti

La vicenda nasce quando l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale Umbria e Marche (Izsum) conferma la presenza del virus di Peste suina africana (Psa) in una carcassa di cinghiale rinvenuta nel Comune di Ovada (Alessandria). Successivamente sono stati confermati altri due casi in due carcasse rinvenute rispettivamente una a circa 20 km dalla prima, nel comune di Fraconalto (Alessandria) e l’altra nel comune di Isola del Cantone (Genova).

Visto che la malattia colpisce solo cinghiali e maiali ma è trasmissibile ad essi attraverso le movimentazioni di persone, veicoli e materiali contaminati, i Ministeri della salute e delle politiche agricole, alimentari e forestali, il 13 gennaio vietano l’attività venatoria e le altre “attività umane” all’aperto per sei mesi, fino al 12 luglio, in 114 comuni liguri e piemontesi, con la seguente motivazione:

Considerato che, fino al caso confermato di Peste Suina Africana in un cinghiale nel Comune di Ovada della Provincia di Alessandria, l’Italia (esclusa la Sardegna) era indenne dalla suddetta malattia, e che pertanto è fondamentale porre in atto ogni misura utile ad un immediato contrasto alla diffusione della stessa e alla sua eradicazione a tutela della salute del patrimonio faunistico e zootecnico suinicolo nazionale e degli interessi economici connessi allo scambio intra Ue e alle esportazioni verso i Paesi terzi di suini e prodotti derivati”.

Quindi, oltre al divieto di caccia (invece sarebbe utile proprio ora), che comunque può essere autorizzata per “selezione”, la sorpresa è il divieto di “attività umane all’aperto” che significa vietare raccolta funghi e tartufi, pesca, trekking, mountain biking e ogni altra attività che comporti un rischio per la diffusione della malattia.

Con l’ordinanza vengono escluse le attività connesse alla salute, alla cura degli animali detenuti e selvatici nonché alla salute e cura delle piante, comprese le attività selvicolturali (taglio del bosco n.d.r.). La Regione può comunque derogare quelle attività che seppur vietate vengono valutate non rischiose.

Dopo questa doverosa premessa che dire se non che si ricade nell’incubo lockdown con chiusure e isolamenti, ma quel che è peggio che qui non si affronta una pandemia nuova come il Covid ma qualcosa che le associazioni Coldiretti e Confagricoltura avevano previsto da tempo.

Di lockdown ne parla Roberto Moschi, responsabile del servizio Veterinaria di Alisa Liguria, in una intervista su Genova24: <<Dobbiamo fare con i boschi quello che è stato fatto con il lockdown, dobbiamo considerare l’area interessata dall’ordinanza come una piccola Chernobyl>>. Il cui riferimento al disastro sovietico appare quantomeno infelice visto che in queste aree liguri c’è gente che vive e opera con tanti sacrifici!

Ritornando alle peste suina, evidentemente non si è intervenuti per tempo ed ora si cerca di chiudere la porta della stalla quando i buoi, pardon i cinghiali, sono già scappati. A proposito di stalla perché non seguire ciò che ha fatto il Belgio, una nazione che in due anni ha eliminato il virus con enormi recinti comprensoriali e all’interno eradicazione dei suini (con ovvi indennizzi per quelli domestici).

Certo non abbiamo il territorio del Belgio, ma farlo qui prima che si estenda in Lombardia ed Emilia può significare la soluzione del problema in qualche anno.

Altra soluzione la caccia di “selezione” che qui la si fa in “braccata” e non risolve nulla, se non quella di appagare la lobby dei cacciatori che forse mal digerisce una vera caccia di selezione. Magari andrebbe fatta tutto l’anno e senza limitazioni territoriali. Anche gli animalisti se ne faranno una ragione!

Il prelievo di selezione va veramente ad intaccare la specie. Andando a individuare i capi giusti (femmine giovani, piccoli, maschi che viaggiano da soli). Nella caccia in braccata invece questo non avviene e a seconda di chi viene abbattuto possono crearsi più problemi. I branchi di cinghiali hanno una struttura matriarcale e sono capeggiati da una femmina, dove, se viene colpita quella, il branco si disperde e da un branco ne nascono altri tre o quattro.

Alla selezione anche la difesa del podere, prevista dalla legislazione ligure dal 2015, ma le autorizzazioni sono state pochissime e burocratizzate. Questo perché le squadre di cinghialisti considerano i cinghiali della loro zona come un tesoretto da mantenere, dove si abbatte ma i cinghiali non scompaiono?

Quindi perché non fare selezione tutto l’anno, facilitando le procedure burocratiche per diventare selecontrollori, consentire di cacciare fuori dalle aree del parco, possibilità di difesa del fondo (anche delegandola ai selecontrollori)?

Ordinanza vieta “attività umane” all’aperto per sei mesi

E con questa disposizione si mettono in ginocchio 114 comuni tra Piemonte e Lombardia (nel savonese i comuni interessati sono sette: Albisola Superiore, Celle Ligure, Pontinvrea, Sassello, Stella, Urbe, Varazze), più altri comuni che verranno perché i cinghiali mica leggono i confini.

L’assurdo del divieto “umano” è che i cinghiali attraversano strade comunali, vicinali, parchi pubblici, spiagge, persino il centro congressi del Policlinico San Martino.

Offro un esempio che la dice lunga sugli scopi del provvedimento: Sassello, comune di 101 kmq., possiede 50 km di strade comunali e 48 km di vicinali ad uso pubblico e asfaltate, dove ovviamente il cittadino può liberamente circolare. Sarebbe sufficiente che il legislatore si facesse aiutare da Google Earth (software che genera immagini della Terra utilizzando immagini satellitari ottenute dal telerilevamento terrestre) e verificare le condizioni del terreno “zappato” dai cinghiali ai bordi delle strade di cui sopra, dove persone, auto e animali liberamente circolano, ungulati compresi.

Domani, lunedì 17 gennaio, tavolo regionale

E’ stato convocato per domattina 17 gennaio un tavolo tecnico per l’emergenza epidemica con la partecipazione del servizio veterinario di Alisa (per favore non citate Chernobyl!), Anci in rappresentanza dei Comuni liguri, Camera di Commercio e uffici regionali parchi e biodiversità.

In previsione: controlli, monitoraggi, abbattimenti selettivi (braccata?). Poi, come già richiesto al Governo dal presidente regionale Giovanni Toti, “stime dei mancati redditi derivanti dal blocco delle attività e predisporre tempestivi e opportuni sostegni per tutti i settori delle economie locali interessati dal provvedimento e investiti da questo grave fenomeno”.

Ed è augurabile che ciò avvenga visto che sei mesi di chiusure delle attività significano saracinesche abbassate per sempre.

Personalmente ritengo che i “ristori” siano palliativi che aiutano la malattia ma non la curano. I fondi destinati a ristori e ammortizzatori sociali dovrebbero permettere anche investimenti non solo lenta sopravvivenza preludio di cessazioni attività come sta avvenendo per il Covid.

Se la peste suina sarà curata senza avere quale obiettivo chi in queste terre vive e opera, sarà inutile continuare a parlare di rilancio delle aree interne. E questa sarà un’occasione per capire che cosa si vuol fare degli entroterra, che peraltro stanno vivendo fasi di rilancio demografico e turistico mai viste prima e che potrebbero vedersi vanificate per infelici “programmazioni“.

Continuo a credere che, prima con il Covid e ora con l’aggiunta peste suina, il disagio umano sia sempre più in crescita.

Buona domenica, qui è sereno e la temperatura segna un meno cinque rinfrescante… non per tutti.

 

G. D.

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