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Casa Comunità: la montagna è periferia della costa, ma non sempre

Casa Comunità: la montagna è periferia della costa, ma non sempre
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L’entroterra necessita di sanità di prossimità e non sanità in trasferta

 

Casa della Comunità in Liguria QUI

 

Casa della Comunità – Lunedì 19 ottobre, si è svolto in Regione un incontro  con i Comuni del Levante Savonese, sia della costa sia dell’entroterra, per chiedere la realizzazione di una Casa di Comunità a Varazze. È indubbiamente positivo che le istituzioni dialoghino e che si cerchino soluzioni per un tema vitale come il diritto alla salute.

Tuttavia, presentare come un “risultato” o una “nuova possibilità” per il nostro entroterra l’apertura di una Casa di Comunità a Varazze richiede una riflessione più profonda.

Sassello dista da Varazze 25 chilometri di strada provinciale, che poi è la stessa distanza dalla attuale Casa della Comunità di Savona. Per un anziano, per una famiglia con bambini o per chi ha difficoltà motorie, dover raggiungere la costa per usufruire dei servizi cardine di una Casa di Comunità non rappresenta una “sanità vicina alle esigenze dei cittadini”, ma la ripetizione di un disagio storico.

Per capire cosa stiamo perdendo, bisogna guardare a cosa prevede la normativa nazionale (DM 77/2022). Le Case della Comunità, finanziate dal Pnrr, non sono semplici poliambulatori, ma il nuovo cuore pulsante dell’assistenza territoriale. Come indicato chiaramente a pagina 43 del manuale tecnico dell’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas), la Casa di Comunità è “il luogo fisico e di facile individuazione al quale i cittadini possono accedere per bisogni di assistenza sanitaria [..] in un luogo di prossimità, ben identificabile e facilmente raggiungibile”.

Promette un’équipe multiprofessionale sempre presente (medici, infermieri, specialisti, assistenti sociali) e un Punto Unico di Accesso (Pua). Pensare che il nostro territorio debba “accontentarsi” di avere specialisti in prestito da Varazze una volta alla settimana presso l’Ospedale Sant’Antonio, per quanto utile nel breve termine e un miglioramento rispetto alla situazione attuale, significa rinunciare all’impianto strutturale e continuativo che il Pnrr ha immaginato per i territori.

Nelle dichiarazioni seguite all’incontro, si fa riferimento al fatto che per le zone rurali servirebbe un bacino di 10000-15000 abitanti per giustificare una struttura Spoke. Questo è il punto centrale in cui la narrazione si scontra con i fatti.

Il Decreto Ministeriale 77/2022 fissa sì degli standard demografici (uno Spoke ogni 20000/35000 abitanti e un Hub ogni 40000/50000), ma prevede esplicitamente criteri di flessibilità e deroghe per le Aree Interne, montane o geograficamente disagiate.

Non serve guardare lontano per trovare chi ha saputo far valere queste deroghe.

A Campo Ligure (Valle Stura), la Regione e il Ministero hanno autorizzato non un semplice Spoke, ma addirittura una Casa di Comunità Hub per un bacino di soli 9000 abitanti. Perché è stato possibile? Perché i sindaci della nostra stessa area interna Beigua Sol della parte genovese hanno fatto valere tre fattori inconfutabili:

  1. L’isolamento geografico e la distanza dai grandi poli ospedalieri.
  2. L’elevato indice di vecchiaia, che rende indispensabile curare la cronicità a chilometro zero, come raccomandato da tutta la letteratura sulla sanità in montagna.
  3. La missione stessa del Pnrr, che finanzia questi presidi nei contesti rurali proprio per combattere lo spopolamento e garantire l’equità d’accesso.

E che dire delle Case della Comunità di Pieve di Teco e di Borgo Fornari, ben al di sotto dei novemila abitanti?

Sassello condivide le stesse identiche criticità di Campo Ligure (anzi non ha né ferrovia nè autostrada).

Se si fosse fatto veramente “rete” in un’ottica comprensoriale montana (unendo ad esempio i bacini di Sassello, Urbe, Stella, Mioglia e Pontinvrea – quest’ultima però un risultato a casa per tutti l’ha portato con l’accordo con la San Nicolò – e guardando magari alle naturali contiguità territoriali con i comuni piemontesi oltre confine come Pareto, Ponzone, Malvicino, Cartosio), si sarebbe raggiunto un bacino di utenza di circa 7000/9000 abitanti. Un numero perfettamente in linea con la deroga ottenuta in Valle Stura.

Il miglior risultato per il nostro entroterra non è sostenere la Casa di Comunità sulla costa sperando in qualche “visita a domicilio” settimanale dei loro specialisti. Il vero risultato, per cui l’entroterra dovrebbe battersi in tutte le sedi istituzionali, è ottenere una Casa di Comunità (almeno Spoke) in deroga, situata fisicamente nel Sassellese, magari valorizzando appieno proprio gli spazi del Sant’Antonio.

Ben vengano i posti letto in convenzione, l’ottimo lavoro della nostra infermiera di famiglia che è sul territorio da molti anni e l’auspicata auto medica. Sono servizi vitali. Ma non confondiamo le cure palliative al sistema sanitario montano con le riforme strutturali. Avere la propria Casa di Comunità a 25 km di curve non è un successo: è la certificazione che la montagna continua a essere considerata la periferia della costa.

Il dialogo con la Regione è importante, ma deve servire a rivendicare i diritti delle Aree Interne con la forza della legge e dei precedenti, non ad avallare soluzioni al ribasso.

Una Casa della Comunità qui significa anche combattere l’abbandono e rilanciare i tanti piccoli paesi con servizi sanitari indispensabili.

 

G. D.

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